Small crab into the corals @Mafia Island - Tanzania ©Andrea Pompele All Rights Reserved

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lunedì 10 agosto 2015

Africa, the mother land: Tanzania. SAFARI GUIDE LIFESTYLE

Fare la guida di safari non è solo un lavoro, è una scelta di vita.

Dik Dik - Madoqua Kirkii - Ruaha National Park - Tanzania -  ©Andrea Pompele All Rights Reserved
Sembra essere banalmente percepibile come scontato agli occhi di chi non ha fatto questa scelta, ma occorre essere consapevoli, non è una fuga, non è un rifiuto, non è nemmeno un’avventura fine a sé stessa, è un progetto.

Comporta sacrifici e tanto tanto studio, sappiatelo.

Sono una guida professionista certificata AFGA, African Field Guide Association, e imparo tutti i giorni qualcosa di nuovo. Ho intrapreso questa strada perché ho capito che nella vita bisogna fare quello che ci piace, non quello che gli altri si aspettano da noi. O peggio, quello che noi aspettiamo da noi stessi, proiettando aspettative erronee e fuorvianti per la nostra personale realizzazione e felicità.

Ok, fin qui tutto bene, ve l’ho già spiegato in altri articoli e momenti.

Yellow Baboon - Ruaha National Park - Tanzania -  ©Andrea Pompele All Rights Reserved
Passiamo alla parte pratica: come diavolo hai fatto a trasformare la tua vita in questa direzione? A parte la motivazione profonda che mi ha spinto, beh prima di tutto mi sono sbattuto parecchio per trovare la soluzione. Mi sono informato, ho scritto contattato e trovato corsi di formazione ed approfondimento che mi hanno dato la direzione. L'AIEA, Associazione Italiana Esperti d'Africa, mi ha dato la prospettiva dei corsi di formazione che mi avrebbero nel futuro dato la possibilità di accedere a questo tipo di vita. Nonostante io abbia una laurea in biologia ecologica con orientamento in etologia ed una laurea specialistica in Ecologia, non è stato affatto semplice superare gli esami, teorico e pratico in seguito, si può tranquillamente affermare che mi hanno fatto letteralmente un culo così! E meno male! Perché soltanto dopo, lavorando sul campo ho capito quanto la mia preparazione fosse necessaria e fondamentale. Con grande sorpresa mi sono ritrovato migliore di altri, più pronto, più competente e più capace di gestire le varie situazioni che possono capitare, sia dal punto di vista naturalistico che da quello organizzativo, di ospitalità, di gestione degli ospiti e degli imprevisti. Sono un genio? Sì lo ammetto sono migliore di tutti voi e vi mangio a colazione se osate sfidarmi. Ma per favore, che idiozia, no, sono esattamente come voi, solo sono preparato e motivato e questo fa la differenza. Ho naturalmente moltissimo da imparare e cresco professionalmente ma mi sono evoluto un po’. Sono manager di un campo tendato e sono responsabile delle guide e dei drivers, oltretutto sono diventato anche un trainer. Fico no? Certo ma non facile anzi. Prima di tutto bisogna sapere di cosa si parla per capire. Questa non è una vita facile (I LEONI RUGGISCONO DI NOTTE).
Lion's cub - Ruaha National Park - Tanzania -  ©Andrea Pompele All Rights Reserved

Tuttavia onestamente, è la migliore scelta che abbia fatto in vita mia. Ho imparato ed imparo tuttora un sacco di cose. Ogni giorno è diverso e mi regala esperienze incredibili. Ho superato alcuni limiti che avevo anche dopo essere diventato guida certificata e miglioro la mia conoscenza naturalistica in maniera concreta. Giro scalzo per il campo, all’inizio ero titubante e parecchio indispettito nel farlo, ma poi ho osservato, capito e fatto mia questa abitudine che ha il mio Boss. Ovviamente ci sono molte controindicazioni nel farlo: spine, sabbia, terra, polvere e insetti fastidiosi, ma superato il limite, basta prestare attenzione a quello che si fa e tutto risulta naturale. Cammino nel bush come se l’avessi sempre fatto, tra l’erba alta 4 metri circa, l’elephant grass (Pennistum purpureum), che si chiama così perché nasconde persino gli elefanti, con una certa attenzione a dove metto i piedi e a quello che si muove intorno a me. Non è difficile, non è pericoloso, se sai quello che fai e nello stesso tempo è incredibile se ci pensi su un attimo.
Me and an Elephant @ Mdonya Old River Camp - Ruaha National Park - Tanzania -  ©Andrea Pompele All Rights Reserved


Ho imparato a gestire gli elefanti. A piedi. Il campo è pieno di elefanti, entrano ed escono a loro piacimento giorno e notte, per brucare l’erba, strappare le foglie degli alberi e smuovere i tronchi per far cadere i frutti di Acacia tortilis di cui sono ghiotti. Spesso spaccano i rami e scorticano i tronchi, ogni tanto fanno cadere anche gli alberi. Si avvicinano e si possono osservare benissimo. Li stiamo identificando uno per uno e costruiamo loro una carte di identità da condividere con i ricercatori dello STEP (Southern Tanzania Elephant Project), abbiamo dato loro anche un nome per ciascuno ed è stupendo salutarli la mattina, il pomeriggio o la notte quando decidono di venire a trovarci.  Ho imparato a non avere paura di loro e a reagire correttamente ad una mock charge anche a piedi. I maschi adulti sono più semplici perché quando non sono in Musth, stato particolare di eccitazione sessuale il cui il testosterone aumenta vertiginosamente causando un’alterazione comportamentale significativa, “eccolo che ricomincia a sproloquiare in termini incomprensibili”, diventando molto aggressivi e pericolosi, sono calmi e rilassati, basta non bloccare loro la strada e lasciar loro lo spazio necessario per muoversi e puoi star loro anche a distanza ravvicinata. 
Elephant @ Mdonya Old River Camp - Ruaha National Park - Tanzania -  ©Andrea Pompele All Rights Reserved
Ho imparato dai Maasai come muovermi, senza correre assolutamente, senza mostrare paura e stando fermi e dritti, se caricano, spesso lo fanno solo per allontanarti quindi basta fare due o tre passi indietro in modo tranquillo e la cosa finisce lì. Altra cosa importante è mettere un ostacolo tra noi e loro, tipo un tronco e la situazione è sicura. Ovviamente bisogna sempre valutare il contesto e l’animale che si ha di fronte, anche loro hanno il loro carattere ed esistono quelli più calmi e tranquilli e quelli più agitati. Mad Max è uno di questi, l’abbiamo chiamato così proprio per la sua diffidenza e una certa propensione al nervosismo. Con lui nel campo bisogna stare all’occhio e muoversi in maniera prudente. Charlie, Louis e Sikiu Mbovu sono decisamente più amichevoli, soprattutto quest’ultimo che birichino com’è ha deciso di spaccare i tubi dell’acqua per bere direttamente l’acqua pulita, con una certa simpatia per la mia doccia. Ogni giorno più o meno arriva e puntualmente ne combina una delle sue. Ma è quello a cui mi posso avvicinare più facilmente, l’altro giorno mentre lo riprendevamo con il cellulare ha toccato lo schermo con la proboscide, giusto per ricordarci che non gliene importa nulla se lo sgridiamo, lui fa quello che gli pare, è un pachiderma adulto di 6 tonnellate, vuoi che si impressioni per un “omiciattolo” di soli due metri? Con i giovani maschi è un po’ diverso, sono meno a proprio agio quindi più nervosi, abbiamo Kino e Mitz ultimamente, il primo è adulto e ha la sua personalità il secondo è più giovane ed impara dagli altri. Mi piace averli nel campo, li ho chiamati con i nomi dei miei due fratelli, eh beh la famiglia innanzitutto.
Elephant @ Mdonya Old River Camp - Ruaha National Park - Tanzania -  ©Andrea Pompele All Rights Reserved
Sono particolarmente felice di avere alcuni gruppi di elefanti che vengono a trovarci, con tanto di piccoli di diverse età, è un buon segno e fa sempre piacere vedere questi cuccioli giocare e tentare di caricare impala, francolini e scimmie per dimostrare che sono capaci anche loro, nonostante siano buffissimi da osservare, soprattutto quando inciampano o si spaventano quando i francolini si alzano in volo e si guardano attorno sperando di non essere stati visti perché hanno fatto una figuraccia e si rifugiano tra le gambe delle madri. Con le femmine nel campo però è tutta un’altra cosa. Con queste non si scherza affatto, proteggono i loro piccoli da ogni cosa, noi compresi, e caricano, senza fermarsi. Le sorelle più grandi non sono da meno, quindi molto meglio star loro alla larga.
Me and an Elephant - Ruaha National Park - Tanzania -  ©Andrea Pompele All Rights Reserved

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LE NOTTI SILENZIOSE SONO LE NOTTI MIGLIORI

I LEONI RUGGISCONO DI NOTTE

IL VIAGGIO

ENGLISH VERSION
Being a safari guide is not just a job, it’s a lifestyle

It seems to be perceived as trivially obvious for those who have not made this choice, but you must be aware it is not an escape, it is not a denial, it's not even an adventure in itself, it’s a project
.
It involves sacrifices and so much study, this has to be known.

I am a professional safari guide certified AFGA, African Field Guide Association, and I learn something new every day. I started this project because I realized that in life you have to do what you like, not what the others expect by you. Or worse, what we expect of ourselves, projecting erroneus expectations which become misleading for our personal fulfillment and happiness.

Ok, so far so good, I have already explained this in other articles and posts.

Let's move on to the practical part: how the hell did you transform your life in this direction? Aside from the motivation that prompted me, well first of all I had to overcome a lot to find the solution. I informed myself, I wrote emails, contacted people and found some training that gave me the direction. The AIEA, Associazione Italiana Esperti d'Africa, has given me the perspective of the training courses that they would in future given  me the opportunity to access this kind of life. Although I have a degree in ecological biology  with orientation in ethology (behaviour biology) and a degree in Ecology, it was not easy to pass exams, theoretical and practical,  you can safely say that I was put through my paces! And thank goodness! Why only after working in the field I realized how my preparation was necessary and essential. With great surprise I found myself better than others, more ready, more competent and better able to handle the various situations that can happen, both from the naturalistic point of view and from that organization, hospitality, guest management and other challenges. I'm a genius? Yes I admit I'm better than all of you and I’d kick your butt if you dare challenge me. But please, that idiocy, no, I'm just like you, only I’m prepared and motivated and that makes the difference. Obviously I have a lot to learn and grow professionally but I have evolved a bit. I’m a  manager of a tented camp and I’m responsible for guides and drivers, plus I became a trainer. Cool yes? But certainly not easy indeed. First you need to know to understand what it's about. This is not an easy life (LIONS ARE ROARING AT NIGHT).
However, honestly, it is the best choice I've made in my life. I learned and I’m still learning a lot of things. Every day is different and gives me incredible experiences. I passed some limits that I had even after becoming certified guide and improve my knowledge of nature in a concrete way. I walk around barefoot into the camp, at first I was hesitant to do so and quite worried, but then I have observed, understood and made my habit that my Boss normally do. Obviously there are many drawbacks in doing so: thorns, sand, soil, dust and annoying insects, but crossed the line, just pay attention to what you do and everything is natural. I walk in the bush as if I had always done, in the tall grass about 4 meters, the elephant grass (Pennistum purpureum), which is so called because it hides even the elephants, with some attention to my steps and what moving around me. It’s not difficult, it’s not dangerous, if you know what you do and at the same time it's amazing if you think about it for a moment.

I learned how to manage elephants. On foot. The camp is full of elephants, moving in and out at will day and night to graze the grass, tearing the leaves of the trees and move the logs to bring down the fruits of Acacia tortilis which are greedly eaten. Often they split branches and strip out the trunks, sometimes they brake even trees. They can be approached and can be observed very well. We are identifying them one by one and we create identity cards to share with researchers of  STEP (Southern Tanzania Elephant Project), we gave a name to each one of them and it is wonderful to greet them in the morning, afternoon or night when they decide to come visit us. I learned not to be afraid of them and react properly to a mock charge on foot. Adult males are easy because when they are not in Musth, a particular state of sexual excitement where testosterone increases dramatically causing significant behavioral alterations, "here he begins to rant in incomprehensible terms", becoming very aggressive and dangerous, they are calm and relaxed, just without blocking them off and leave them enough space to move around and can keep up with them even at close range. I learned from the Maasai how to move and absolutely not run away, without showing fear and standing still and straight, if they charge, they often do so just to put you away so you have to make two or three steps back so quiet and it ends there. 

Another important thing is to put a barrier between us and them, like a log, and the situation is safe. Obvoiusly you should always evaluate the context and the animal that is in front of you, they have their own character and there are those very calm and quiet and other more nervous. Mad Max is one of these ones, we called him so because of his mistrust and a certain tendency to nervousness. With him around you have to move in a prudent manner. Charlie, Louis and Sikiu Mbovu are much friendlier, especially the latter one that fluffy decided to split the water pipes to drink straight clean water, with some sympathy for my shower. Every day more or less he comes and makes some troubles. But it is one to which I can approach more easily, one day while we were filming him with the phone he has touched the screen with his trunk, just to remind us that he doesn’t care if we scold him, he does what he wants, he is an adult pachyderm weighing 6 tons, do you think he could be impressed by a 2 meters tall "little man"? With young males is a bit different, they are less confident and more nervous, we have  Kino and Mitz around, the first is an adult and has his personality whilst the second is younger and is learning from others. I like to have them in camp, I called them with the names of my two brothers, well family first.

I am particularly happy to have some groups of elephants who come to visit us with little calves of different ages, it’s a good thing and it's always nice to see these calves play and try to charge impalas, francolins and monkeys to show that they are capable too despite being very funny to watch, especially when they stumble or get scared when francolins take off and look around hoping not to be seen because they have been made a fool of and take refuge between the legs of the mothers. With females in camp, however, it’s a different thing. You do not mess with them at all, they protect their calves from everything, including us, and they really charge, without stopping. The older sisters are no different, so much better to be careful.


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domenica 4 gennaio 2015

SIMONA ha una forte personalità. E' una persona positiva. Ed è tantissimo

Normalmente non parlo delle altre persone all’interno del blog, racconto storie con spunti di riflessione, perciò di solito non vedete post che raccontano le storie degli altri. Tranne quando queste storie sono così potenti da colpirmi. Simona ha una forte personalità. Simona mi ha colpito.

Simona viene dalla mia stessa città: Aosta. Lassù tra boschi e valli d’or…eh sì proprio da lì parte questa storia.

Simona è una expat (espatriata in gergo, cioè in inglese ;-) ) vive e lavora con suo marito in Germania.
La sua non è una storia di disperazione, non è una ricerca di lavoro o di soldi, quello ce l’aveva già, e anche piuttosto buono, un lavoro sicuro, un posto nel Fondo Sociale Europeo per la Regione Autonoma Valle d’Aosta, praticamente inossidabile. Inattaccabile. Stimolante e difficile da ottenere, dopo un concorso di quelli tosti, ha sbaragliato la concorrenza e si è presa quello che voleva, durissimo. “Ok è fatta giusto? Ormai ci sei, hai ottenuto un buon lavoro, ora puoi stare tranquilla no? Di che cosa ti preoccupi? Cosa vai cercando diamine, mettiti un po’ tranquilla Santo Dio!”

Simona ha una forte personalità.

Ha la netta sensazione che qualcosa non giri per il verso giusto, non vede il suo futuro, le sembra di salire su una giostra, anzi di essere obbligata a salire proprio su QUELLA giostra, e lei però non vuole salirci, la giostra appunto la decidono loro. Qualcosa in lei si smuove, ha dubbi, paure, le persone le diventano improvvisamente estranee, le sembra che non la capiscano, si confida e si trova non capita. Ma lei è “quella che fa quello che vuole non quello che deve” ha una certa esperienza lavorativa, e compie una scelta.

L’idea è di suo marito, non sua. Insieme fanno una valutazione della qualità della vita in relazione alle capacità lavorative e scelgono: sarà la Germania.

Compie un’altra scelta. Decide inizialmente di NON lavorare, ma di ambientarsi e studiare la lingua,
investe su sé stessa e si integra quasi subito. Vivono a Freising, non a Monaco e questo li aiuta parecchio, non c’è la confusione delle grandi città europee, c’è la Germania, quella vera. E lì scopre cosa vuole fare da grande, 3 cose: scrivere, ha un blog bellissimo e molto ben fatto, andate a dargli un’occhiata e seguitela (http://www.einespressobitte.com/); cucinare, una grande passione sviluppata proprio durante il periodo di ambientazione, perché per imparare e cucinare bene, bisogna dedicarcisi e lavorando tantissimo non è che hai tanto tempo per farlo non credete? “ sono diventata brava dedicandomi” mi dice con molta umiltà, ma io sospetto che sia sempre stata portata, e lavorare nel marketing, dove sviluppa le sue doti di comunicatrice.

Il blog in particolare è molto ironico e leggero, seppur affronti argomenti di un certo spessore perché “la gente non vive con leggerezza, ma sente un gran bisogno di averla” e comincia ad osservare gli altri expat, non solo italiani. Avverte un’energia negativa, una continua e pesante lamentosità, come un’attitudine a guardare al passato, a ciò che manca e non a ciò che può essere goduto nello stare in un altro paese ma, mi dice lei, e io non posso che essere assolutamente d’accordo, “ se costruisci muri è impossibile andare avanti, non ti stai integrando, stai rifiutando”. Costruisce il blog come lei sa fare e si mette completamente in gioco, mette alcuni paletti e regole precise: una critica deve essere fondata, non accetta la negatività fine a sé stessa, “sul web si sta con un obiettivo e se il tuo è distruggere, beh non sei un mio lettore e non voglio che tu mi legga, la polemica sterile la lascio al di fuori, io imparo da chi mi segue”. 


Non le interessa la notorietà, i likes su Facebook non sono importanti, accetta solo quello che rimane connesso alla sua mentalità, non vuole compromessi, devono essere cose attinenti ai suoi argomenti e alla sua visione, la pubblicità che ha e le collaborazioni sono scelte ed approvate da lei soltanto.

Dal blog emerge perfettamente la sua personalità, lei fa quello che vuole, non quello che deve.  

Questa forza le è venuta dopo una brutta esperienza di salute, lì ha cominciato a capire alcune cose di sé che poi perfezionerà in seguito con l’esperienza, ha imparato a stare con sé stessa, molti sono spariti, ma lei non si è persa d’animo, sono cose che uno non vorrebbe avere, ma che ti insegnano molto. Ha sviluppato questa forza di non piegarsi e dire sempre le cose come stanno, anche se questa forza l’aveva già, ha dovuto tirarla fuori e ora, beh, ora non molla mai.

Il messaggio del blog è arrivato forte e chiaro, recepito con grande rispetto: è una ricerca attiva della positività, un cambiamento di passo, anche nell’espatrio. La gente rivolge sempre lo sguardo su chi non si trova bene, alimentando la propria negatività, mentre il suo messaggio è opposto, guardando come uno riesce ad integrarsi, anche gli altri possono riuscirci, bisogna essere open minded. “bisognerebbe insegnare a guardare fuori dalla finestra, invece che nel cortile dell’altro diprezzandolo. Ci hanno insegnato ad appartenere: alla famiglia, alla religione, al partito politico. Io non appartengo a niente e nessuno, non sono una proprietà.” Ottima osservazione sulla condizione delle donne nel mondo, non solo in Italia. “non ho scelto io dove nascere, è stato un caso, sono italiana ma non appartengo al mio paese, non ho confini, posso andare dovunque” scardina con una frase l’ipocrisia di fondo che muove alcuni quando ti criticano per la scelta che hai fatto. “sono stata dipendente, imprenditrice, ho lavorato nel settore pubblico” ha indubbiamente contribuito per il “suo” paese.

È una rivoluzionaria, ha compiuto una scelta e questa è rispettabile ed indiscutibile in quanto tale, ed è profonda.

È felice, e questo conta. 

Ha raggiunto i suoi obiettivi e ha davanti a sé nuovi stimoli e nuovi obiettivi, ha un atteggiamento positivo in ogni campo. 
Prima era in una perenne adolescenza, mi racconta, ora l’inquietudine si è trasformata in fame di sapere, provare cose nuove, avere nuovi stimoli, non sente pressioni, condizionamenti, aspettative. “perché devo crearmi un problema dove non c’è? Se c’è lo affronto” e ancora” non riuscivo a fare niente di quello che volevo in Italia, niente di quello che gli altri si aspettavano da me” bisogna avere coscienza di sé e riconoscere i propri limiti ma anche i propri pregi, lo si può imparare tutti i giorni con molta umiltà. 

È un atteggiamento positivo il suo, con i piedi ben piantati per terra, prende sempre della positività dagli altri, anche quando sembra non esserci.


Simona ha una grande personalità. 

E si vede. 

Io la conosco da quando siamo adolescenti e ne sono orgoglioso

Ha compiuto una scelta.

Ha seguito il Coniglio Bianco e sta vivendo la sua Avventura, con positività. 



Vi ricordo il suo Blog: assolutamente da vedere e seguire: http://www.einespressobitte.com/

E se volete scrivere a Simona: 


Ah dimenticavo... ecco Simona durante le feste di Natale!!!!


venerdì 12 dicembre 2014

FOTOGRAFI, VALE LA PENA DARCI UNO SGUARDO. Parte IV

Ancora 3 fotografi anzi (4 a dire la verità): 3 professionisti, 2 donne e 2 uomini. 2 ragazze brave anzi bravissime, 2 grandi amici, 1 bella, giovane, brava e talentuosa, difficile descrivere Irene...Francesca idem, e sempre alla ricerca. Samuel e Fabri, siam cresciuti insieme, ma loro sono andati molto più avanti di me, sono creativi a dir poco geniali. Vedere per credere. Se amate la Fotografia, se amate la Ricerca, se amate la Creatività non potete non dargli un'occhiata! Che diamine ragazzi, non fate i timidi digitali...

Another time 3 photographers (4 indeed): 3 professionals, 2 women and 2 men. 2 girls amazing, 2 good firends, 1 beautiful, young and talented, very hard to define Irene...Francesca the same, and always to search different points of view. Samuel and Fabri we grew up together but they look more forward than me, they are creative and brilliant. If you like Photography, if you like to Search, if you like Creativity, you must take a look! Don't be shy, my digital always connected friends...




Irene Gittarelli WEBSITE

Irene Gittarelli FACEBOOK PAGE















"Pirates" ©StopdownStudio All Rights Reserved



"Questo rappresenta in pieno la nostra filosofia. Partire da un posto davvero fico che è il nostro paese (la Valle d'Aosta in primis NDR), per esplorare e scoprire, esattamente con lo spirito avventuriero, un po' ribelle e piratesco. Inoltre la fusione di fotografia e digital imaging ci riflette molto, le contaminazioni e le produzioni cross-mediali ci intrigano ed incuriosiscono...sperimentare sempre!" Non posso non essere d'accordo con Samuel e Fabri. c'è della stoffa e dell'avventura qui!

Francesca Battilani WEBSITE

Francesca Battilani FACEBOOK PAGE































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giovedì 20 novembre 2014

A me piace il JAZZ, ma non so perché. Beppe Di Benedetto aiutami tu!

Anche il Jazz è Avventura
A Me piace il Jazz, ma non so il perché. Ho provato a  trovare una risposta sensata a questa domanda, ma la mia conoscenza di questo genere musicale, che è un mondo, tra diverse correnti e sottogeneri, non è sufficiente a darmi una spiegazione. Questo universo in effetti raccoglie 100 anni di storia della musica Afroamericana, e la mia ignoranza non mi aiuta certamente in questa impresa…
trombone solo Beppe Di Benedetto
Beppe Di Benedetto in un solo @Shakespeare Café ©Roberto Ugolotti Photography
Allora ho pensato di chiedere aiuto ad un mio amico fraterno, Beppe Di Benedetto. Oltre ad essere un mio caro amico, cosa già di per sé stessa importante (per me), Beppe è uno dei musicisti professionisti Jazz più importanti d’Italia e comincia ad essere apprezzato, conosciuto anche in Europa ed evidentemente ne sa a pacchi.
È bello chiacchierare con Beppe, un po’ di tutto, ci troviamo sempre a parlare volentieri e normalmente siamo senza limiti, così ci ritroviamo a fare le 4:00 del mattino senza nemmeno accorgercene, ascoltando musica e confrontandoci su qualsiasi argomento. Anche stavolta è andata così. La cosa bella di Beppe è che ti spiega le cose con una semplicità che ti rendi conto di essere di fronte ad un grande professionista ed una grande persona, e tutto ti è improvvisamente chiaro, anche se tu non ci
Beppe Di Benedetto
Beppe Di Benedetto 

avevi minimamente pensato. Non ti senti in difetto però, ti senti accolto. A mio avviso questo è meraviglioso. Mi stupisco sempre e volentieri di fronte alla sua cultura e alla sua semplicità.
Ma torniamo a noi “e qui ti volevamo caro” “eccomi, eccomi” Dunque ho chiesto a Beppe perché mi piace il Jazz e lui non mi ha risposto, mi ha fatto delle domande. E’ un rivoluzionario, mi ribalta anche l’“intervista”…
Dai quesiti che mi ha posto è uscito questo.
A me piace il Jazz perché dipende dalla mia forma mentis, la musica tutta mi da’ degli stimoli, mi provoca gioia, benessere, mi piace qualcosa che tocca 3 zone di me: la pancia, sede delle emozioni istintive, zona adibita alla ritmica e perciò di rimando all’Africa, e per forza nel mio caso “e però non te la tirare, vai avanti!” “ok”; il cuore, sede delle emozioni sublimi, quelle più pure, i sentimenti di ognuno di noi; e la mente, sede del razionale, la parte intellettiva, melodica, la parte più Europea, che codifica la profondità della bellezza del sentire e toccare la musica. Nel Jazz coesistono studio e improvvisazione, cioè composizione del brano e creazione di qualcosa che non c’è, che quindi mi affascina e mi attira.
Beppe Di Benedetto Solo Trombone
Beppe Di Benedetto durante un solo 
Mi piace il linguaggio, diretto ed immediato come solo la forma d’arte sa smuoverti. In questo caso la musica d’arte, razionale, certamente, ma istintiva allo stesso tempo, una vibrazione che ti colpisce per forza. Beppe mi spiega in parole molto semplici ovviamente, che lui cerca sempre di fare un discorso, sia nel solo (l’improvvisazione), sia nella scrittura o composizione di un brano: esistono 12 note, suonabili su tutti gli accordi, che compongono le frasi di senso compiuto e rendono un discorso chiaro, trasmettendo un punto di vista. Affascinante non credete?
Volontà di ascoltare e curiosità in generale mi rendono pronto, presto perciò attenzione ed incredibilmente, senza avere nessuna nozione musicale di Jazz, anche se sono stato un percussionista per 10 anni, mi rendo conto se quel solo ha qualcosa di speciale e quindi applaudo durante una jam session
Mi informo, faccio domande, chiedo spiegazioni anche se prediligo qualche tipo e meno degli altri, non mi fermo e cerco di capire il più possibile. Beppe ascolta moltissima musica, ma anche a lui un certo tipo di Jazz non piace.
Ho la predisposizione giusta e sono anche nel posto giusto al momento giusto, aggiungo anche con le persone giuste, perciò la mia esperienza musicale è piacevole.
Devo dire che preferisco ascoltare il Jazz dal vivo, C’è un suono più immediato, senza microfoni il suono è vero, si può sentire la magia del contrabbasso o del pianoforte, la batteria rende tutte le sue sfumature sonore, anche le più nascoste, i fiati non sono compressi e una dinamica che mi fermo sempre ad osservare è il gesto del musicista, come questo riesce ad ottenere quel suono o serie di suoni con quel preciso gesto, come su uno stesso strumento in una jam session due musicisti di stesso livello abbiano un colore e un calore differenti. Ed è immediato, non occorre essere degli esperti credetemi!
Con Beppe abbiamo parlato della rinascita di questo genere a Parma, c’è un bel ritorno forse complice anche la mai troppo citata crisi economica, la gente si rivolge volentieri ad un suono genuino e molto fisico, come la dinamica che vi descrivevo prima, un ritorno alle sue origini popolari, in fondo il Jazz è nato nel ghetto e per la gente.
Circolo ARCI Zerbini jazz
Il circolo ARCI Zerbini 
Non c’è ancora molto spazio, ma negli ultimi 10 anni si è ripreso, è un cuneo che si sta allargando grazie ad alcuni festivals come Parma Jazz Frontiere, Rassegne di Jazz, locali notturni. Tra questi, intelligentemente alcuni hanno capito che la musica è un valore. Dando l’opportunità alla gente di ascoltare della buona musica, danno a sé stessi l’opportunità di guadagnare e di far guadagnare i musicisti, che sono persone che contribuiscono alla società come gli altri, è una rete, o come mi piace dire un network, siamo tutti legati. Lo sostengo da anni peraltro. Uno di questi locali dove amo andare ad ascoltare del buon Jazz è il circolo ARCI Zerbini, in via Bixio. Un locale molto bello ed accogliente, con della gran bella gente che ogni martedì sera dalle 22 organizza concerti Jazz con a seguire un’immancabile jam session. L’ambiente è molto easy, è un circolo ARCI e ci vuole la tessera, il cibo è buono (si può anche cenare) e puoi bere senza spendere un capitale: buoni vini e buoni super alcolici. Ad organizzare la serata sono stati due ragazzi giovani: Giacomo Marzi di anni 26 e Leonardo Caligiuri di anni 22. Incredibile vero? Ma smettiamola, i ragazzi hanno voglia di fare e lo fanno anche bene, diamine! 3 anni fa hanno cominciato a chiamare gente a suonare ed insieme ai gestori del locale hanno fatto una serata fissa che funziona parecchio bene, direi. Ci sono sempre tanti musicisti, quasi tutti amici miei, e c’è una energia e uno scambio notevoli, io vi consiglierei di farci un salto, è sempre molto piacevole.
Ho chiesto a Beppe di parlarmi del suo nuovo progetto, il nuovo disco. E lui mi ha parlato della sua vita. 43 anni di vita vera, sia della parte compositiva, della tecnica compositiva,
See The Sky Record
"See The Sky" Primo disco del Beppe Di Benedetto Quintet
delle esperienze in giro per l'Italia con il precedente progetto See the Sky” con il Beppe Di Benedetto 5tet nei clubs, rassegne, festivals. Sono passati 3 anni dall’uscita di “See the Sky”, 3 anni di incontri, di confronto su tanti argomenti, problemi, soddisfazioni e insoddisfazioni. Beppe è uno curioso del mondo, uno che ha voglia di cambiare, e il cambiamento è evoluzione (Poche idee, ma ben confuse. Pensieri e riflessioni a casaccio: IL CAMBIAMENTO è EVOLUZIONE), uno che non si ferma, che riflette e si interroga e questo nuovo disco il cui titolo è “Another Point of View”. E qui cito le sue parole: “è un percorso narrativo fatto con la musica, ha un valore aggiunto, un discorso di senso compiuto che lega i brani tra loro, ognuno di essi parla di un argomento, è diverso.” Beppe mi dice che si è ascoltato molto e ha sentito l’esigenza di esprimersi in questa nuova modalità, anche grazie ad un amico comune, il pittore Otello G. Pagano, con il quale ha scoperto aspetti della storia dell’arte pittorica che lo hanno molto affascinato, perciò ha sentito l’esigenza di cambiare se stesso, senza stravolgersi, ma evolvendosi. Mi spiega che quasi tutta la musica è composta di forme che si ripetono, beh lui ha deciso di rompere il discorso delle forme, i brani sono in divenire, senza ripetizioni, bensì in continua trasformazione, le soluzioni armoniche, melodiche e d’arrangiamento sono lontane dalle forme prestabilite, la composizione è scrivere come sei, quello che pensi, come lo pensi e costituisce per lui una liberazione, esprime una necessità ed un percorso. E’ un altro tipo di progettualità.
Non può che trovarmi assolutamente in linea con il suo pensiero.
Un contributo sostanziale alla realizzazione del disco è stato dato dalla sua compagna, Inga, meravigliosa donna del Nord Europa, con la quale scherziamo sempre. Lei è stata il perno della creatività di Beppe, noi tutti gliene siamo grati.
Beppe mi parla con entusiasmo dei brani e la luce che gli brilla negli occhi non può che rendermi felice “è un altro punto di vista nel fare le cose, fare le cose in cui credo, che sono quelle meno facili e che la società ci dice che non vanno fatte. E’ una rivoluzione interiore che si esprime in un cambiamento, in un’altra possibilità. Non sempre il diverso deve far scomparire il normale, senza rottura perciò, ma evoluzione” questi concetti mi sono vagamente familiari, chi lo sa il perché… si addentra nei brani, My Bright Place, dove esprime le cose che gli piacciono della vita, semplici ma non scontate, il gusto di andare a cercarle; Dark soul, dove descrive i momenti bui, tristi ossessivi; Camaleonte, il più sperimentale, con criteri musicali diversi dal solito, come persone che non si ritrovano nella società e provano lamento e rabbia ad un certo punto e Space Time Travel che descrive il processo creativo.
Beppe Di Benedetto 5tet: Luca Savazzi, Emiliano Vernizzi, Stefano Carrara,
Beppe Di Benedetto e Michele Morari ©FotoManganelli
Luca Savazzi è il pianista del 5tet e altra “testa”compositiva e non solo, ha una testa di riccioli invidiabile! Anche lui è un amico…e ha scritto Autumn, che descrive le grigie giornate autunnali; Medium Density, il lato più sottile, leggero della vita; e D&B (Drum and Bass) il lato più di pancia dell’uomo. Gli altri componenti del 5tet sono Emiliano Vernizzi ai saxofoni, Stefano Carrara al contrabbasso e Michele Morari alla batteria, insieme tutti sono molto diversi tra loro, ma molto uniti. Anche loro sono amici “e basta però non te la tirare!” ”eh va beh sono fortunato, lasciami gongolare nella mia fortuna!”
Anche la produzione del disco è una rivoluzione, in un momento in cui la crisi del mercato discografico rende le case discografiche senza più molti soldi da investire, i musicisti si rivolgono ad un altro modo per realizzare i loro lavori: Il CROWDFUNFING, metodo molto diffuso soprattutto negli Stati Uniti non solo in questo ambito, dove ogni cittadino liberamente decide se e quanto investire economicamente per contribuire alla registrazione, produzione e distribuzione del disco. Loro lo hanno fatto tramite MUSIC RAISER
Music Raiser LOGO
e la risposta è stata molto positiva, un’indicazione di fiducia nelle loro capacità da parte di molte persone, un contributo morale ed economico notevole, un altro modo di vedere le cose. Another Point of View.

Il disco sarà pronto a metà Dicembre, io me lo sono goduto prima di voi, immediato nell’ascolto eppure così diverso, come solo un grande disco può essere. Sono ancora senza parole e non mi capita molto spesso…

Beppe di Benedetto, anche il Jazz è Avventura

Qui un estratto della presentazione del nuovo disco " Another Point of View" alla Casa della Musica - rassegna  ParmaJazz Frontiere - Parma. Datele un'occhiata!





Se volete contattare Beppe Di Benedetto:

beppedibenedetto@gmail.com

Se invece volete vedere un po' dei suoi video:

https://www.youtube.com/watch?v=ZHXxoVkw84w

https://www.youtube.com/watch?v=z41bUXNEPSw

https://www.youtube.com/watch?v=NSmZiKcD5Bs

https://www.youtube.com/watch?v=bACV_IzEDHc

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