Small crab into the corals @Mafia Island - Tanzania ©Andrea Pompele All Rights Reserved

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venerdì 14 novembre 2014

Africa, the mother land: Namibia. ONKOSHI

Mi hanno affibbiato molti soprannomi nel tempo, e devo dire che è una cosa che mi ha sempre molto divertito, è un diverso modo di vedere le persone, un’impronta personale che caratterizza un aspetto della personalità dell’altro, o una caratteristica fisica. È singolare vedere come qualcuno ti veda in un certo modo, piuttosto che in un altro. La cosa ovviamente sconfina velocemente con la presa in giro, e devo dire che in Emilia, dove ho vissuto per molti anni, assume una caratteristica quasi tradizionale; non si chiama quasi mai qualcuno con il suo vero nome, ma sempre con un diminutivo od un aggettivo, questo un po’ in tutta Italia devo dire, ma qui può diventare ferocemente divertente. Ricordo con attenzione ad esempio un ragazzo, non l’ho mai conosciuto, ma mi colpì particolarmente il suo soprannome: veniva chiamato il BETO, diminutivo di Beethoven, perché era mezzo sordo da un orecchio. La vita è feroce. 
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Leoni stesi vicino ad una pozza - lions at the waterhole -
Etosha National Park - Namibia ©Andrea Pompele All Rights Reserve
Tornando a me, "ah ecco era ora!", uno dei primi soprannomi che ho avuto, è CROMO. I miei amici storici dell’adolescenza mi chiamano ancora così, di quando facevamo rap ed eravamo tra i primi del movimento hip hop in Italia, un secolo fa… tra jam session di freestyle infinite e nottate passate a cercare muri per dipingere la nostra città, per lasciare un’impronta, la tag, e la mia era appunto CROMO. Deriva dal greco antico, Chromé, che significa colore, e la scelsi accuratamente dopo un lungo percorso di segni grafici su carta per firmare al meglio le mie opere. Anni meravigliosi di sperimentazione e ribellione, di cazzate adolescenziali e amicizie fraterne, che rimangono tutt’ora.
Quando nacque mia figlia mi chiamarono BIG DADDY, e chi lo sa il perché? Ahahhahah. Tra l’altro è anche il nome di una famosa duna nel Sito Patrimonio dell’Umanità di Sossusvlei, in Namibia, perciò calza a pennello direi.
Un altro knickname che mi hanno recentemente affibbiato è BIG MAN, e se avete letto attentamente un articolo scorso, sapete perché in Africa mi chiamano così (Africa, the mother land: Namibia. BIG MAN).
Ma quello più strano e che mi ha affascinato di più, mi è stato affibbiato da una signora anziana in Africa, ed è ONKOSHI. La situazione va spiegata meglio ed approfondita un po’. Dunque mi trovavo ai limiti orientali del Parco Nazionale Etosha, In Namibia, uno dei parchi Nazionali Africani più vasti e belli che si possa vedere, durante la stagione secca, in inverno, per accompagnare dei turisti in un safari. La mia professione è appunto la guida di safari ed in Namibia ho lavorato con Wilderness Safaris e Il Diamante. Era la prima volta che esploravo quella parte del Parco Nazionale, ed ero molto curioso ed eccitato, anche perché sapevo, avevo letto, ed i miei colleghi guide mi avevano spiegato che si vedono moltissimi animali in quella zona, perciò ero particolarmente contento di avere l’opportunità di essere lì. Come sempre, quando si visita il Parco ci si alza molto presto, per poter essere ai cancelli di ingresso il prima possibile e godere della famosa Golden Hour, l’ora in cui la luce è migliore per le fotografie e c’è più possibilità di avvistare i predatori intorno alle pozze. La maggior parte dei predatori infatti è notturna, in primis i leoni e le iene, e all’alba quando le loro attività predatorie o non, finiscono, si possono vedere molto bene ancora attivi,
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Leoni durante la Golden Hour - Lions during the Golden Hour 
Etosha National Park - Namibia ©Andrea Pompele All Rights Reserved
mentre durante le ore più calde della giornata possono decidere di rifugiarsi sotto gli alberi, nella boscaglia, o bush, oppure starsene sdraiati a cercare riposo a dormire o tentare di rinfrescarsi. I leoni poi sono specialisti nell’oziare durante il giorno, ma difficilmente dormono e sbadigliano come la maggior parte delle persone crede, certo ogni tanto sonnecchiano anche loro, ma gran parte della loro necessità di starsene sdraiati a terra deriva dal fatto che non possiedono ghiandole sudoripare sul corpo. Eccolo qui il secchione che attacca a parlare in maniera incomprensibile, ci vuoi spiegare meglio di grazia? Forse è il caso che mi spieghi meglio. "Ecco bravo, senza dilungarti troppo però eh?" "Ci proverò". Dunque i leoni non hanno lo stesso sistema che abbiamo noi per raffreddare il nostro corpo dal surriscaldamento che il calore della giornata può provocare, noi infatti sudiamo, e questo risulta essere il modo migliore per mantenere la temperatura accettabile dal punto di vista fisiologico, sudando ci rinfreschiamo. Le ghiandole sudoripare sono le responsabili della produzione di sudore, quindi sono il nostro sistema di condizionamento interno. I leoni non le hanno lungo il corpo sotto la pelliccia o sotto la criniera nel caso dei maschi, ma le hanno infradigitali, "Infra che?" Inserite tra le dita delle zampe. "Ah ecco!" E ce le hanno anche in mezzo alle gambe sia anteriori che posteriori, ed inserite nella parte interna della bocca, sul palato e la lingua. Perciò quando un leone giace a terra con le gambe aperte, sdraiato in posizione da “sonnellino”, oppure si alza e sbadiglia, sta cercando di far passare aria fresca là dove esistono le ghiandole sudoripare, e scambiare aria calda con quella fresca esterna, perciò sta cercando di rinfrescare il suo corpo. Esiste un altro metodo per rinfrescare il proprio corpo? Ma certo! Bere! Occorre un po’ più di tempo e tanta acqua per rinfrescare attraverso il meccanismo del senso di sete il corpo di un leone maschio, che può arrivare a pesare 320 kg. Ma indubbiamente l’acqua risulta essere un buon metodo per resistere al calore. Anche noi in fondo abbiamo sete quando fa caldo no?
Comunque, tornando a noi, la Golden Hour va dalle 6:00 del mattino circa alle 7:00 e può prolungarsi anche fino alle 8:00.  Io, che sono notoriamente un tipo democratico, faccio alzare i miei ospiti alle 5: 00 del mattino. O meglio consiglio loro di svegliarsi intorno a quell’ora, fare colazione alle 5:30 e salire sul Land Rover alle 6:00, l’importante è che siano sul veicolo pronti, poi possono alzarsi anche 5 minuti prima, ma salterebbero la colazione, e la giornata è lunga nel Parco di Etosha. Poi vuoi mettere fare colazione con l’alba che sorge davanti ad una pozza del campo tendato mentre qualche animale si abbevera? È meraviglioso. Perciò di solito mi ascoltano. Si arriva ai cancelli d’ingresso est del Parco Nazionale per le 6:10 e mentre io faccio i permessi per entrare si aspetta l’apertura intorno alle 6:20, ho detto “intorno”, siamo in Africa, e 5 o 10 min. avanti non sono certo un problema, anche per questo è meglio essere mattinieri. Entriamo nel Parco e ci dirigiamo alla prima pozza, Klein Namutoni dove subito vediamo un pride (branco) di 8 leoni con i cuccioli cresciutelli che giocano e socializzano con le madri,
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Bad Boys, two brothers - Etosha National Park - Namibia ©Andrea Pompele All Rights Reserved
niente maschio dominante però. Immediatamente gli ospiti sono molto emozionati, a ragione anche, e osserviamo i predatori per un’oretta buona prima che decidano di spostarsi nel bush. A quel punto ci dirigiamo a Namutoni, uno dei 4 punti dove ci sono gli uffici del parco, lodges e campeggi dove si può dormire all’interno, ovviamente sono recintati adeguatamente. Io mi reco negli uffici per sbrigare le formalità di ingresso, una signora che lava per terra la passerella di legno parla con una guida che conosco in Oshivambo, la lingua che predomina quella zona della Namibia, io li saluto (il saluto è molto importante in Namibia, in tutte le tribù e tradizioni) e mi metto a parlare con il mio collega in inglese dicendogli che ho visto i leoni alla pozza ma non ho trovato il maschio, lui conviene con me che è abbastanza normale, starà pattugliando i confini del suo territorio e si unirà alle femmine più tardi oppure nei prossimi giorni. A quel punto la signora si avvicina e mi fissa negli occhi, mi tocca il petto e cerca di spingermi un po’, cosa piuttosto strana perché nonostante in Namibia siano tutti molto cordiali e ti tocchino mani e braccia in senso di amicizia, nessuno si permetterebbe mai di toccarti sul torace, anche se ti conosce. Normalmente io per riflesso mi copro sempre il petto, è un retaggio della boxe, bisogna sempre proteggersi le parti dove possono farti male, non ci pensi neanche ti viene naturale, ma in quel caso non l’ho fatto. La signora mi guarda sempre più intensamente negli occhi e mi dice una parola, che io conosco bene, ONKOSHI, io a quel punto penso che abbia sentito la nostra conversazione e glielo dico in inglese, parlavamo proprio di quello. ONKOSHI infatti vuol dire LEONE in Oshivambo, ma la signora mi fa cenno di no, mi indica con il dito e ripete: ONKOSHI. Io guardo con stupore il mio amico che rimane rilassato e mi dice che lei pensa che io sia ONKOSHI, un LEONE. No ma va’ dai mi state prendendo in giro, e comincio a ridere un po’, la signora non ride, il mio amico sì, ma poi smette subito quando incontra lo sguardo dell’anziana. Va beh io proseguo e vado in ufficio, sbrigo le mie cose e quando torno la signora non c’è più, sarà andata in bagno, mentre il mio collega mi sorride. Scopro poi che la signora è una Bushman (Boscimana) di Etosha come la maggior parte delle persone che lavorano nel Parco, e che si era rivolta a me in Oshivambo perché i bianchi difficilmente capiscono il Click language, la loro antichissima lingua, e sicuramente non riescono a pronunciarla a meno che non siano cresciuti con loro. Congedo il mio amico e torno dai miei ospiti per riprendere il safari, durante il nostro giro comincia a prudermi tantissimo il petto e mi gratto tutto il giorno, mah, sarà la polvere ce n’è tantissima in Namibia. Per farla breve abbiamo visto 35 leoni quel giorno, in 3 prides diversi ed in posti lontani tra loro, può capitare, ma comunque è una bella fortuna in un territorio grande quanto il Piemonte. Perciò mi sono ritenuto soddisfatto. La cosa incredibile è che per tutto il tempo che sono stato in Namibia, riuscivo a vedere leoni nel bush senza binocolo,
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The King is coming -Etosha National Park - Namibia ©Andrea Pompele All Rights Reserved 
anche quando erano nascosti dietro i cespugli o molto lontani e perciò tutte le guide della riserva mi prendevano in giro chiamandomi ONKOSHI. 
Quando un giorno un maschio di leone si è avvicinato al veicolo a meno di un metro e mezzo da me, guardandomi negli occhi, per interminabili 30 secondi (che sono tantissimi in realtà) prima di perdere interesse e spostarsi verso un cespuglio, e tutti gli altri veicoli con le guide sopra hanno visto la scena, il gioco è fatto, questo episodio sommato a quello precedente che il mio collega aveva prontamente contribuito a diffondere, et voilà: la leggenda si è creata in un attimo! Io ero molto tranquillo a dir la verità, perché so che i leoni non hanno interesse per te che sei sul Land Rover, e non ti attaccano mai, a meno che tu non scenda, e non è consigliabile né sporgersi né tantomeno uscire dal finestrino come fanno molti incoscienti. I miei ospiti erano emozionati, giustamente, di fronte ad un predatore di così tale bellezza e grandezza, io mi sentivo perfettamente a mio agio invece. Da allora un altro mio soprannome è diventato ONKOSHI.